[...] Il vero collezionista non si crea un catalogo, ma una famiglia.
I suoi oggetti non chiedono attenzioni particolari, non si offendono.
Non piangono.
Non tradiscono.

Rimangono immobili, pronti ad essere rimirati nel loro splendore asettico.
Imperatori nelle proprie buche, eserciti di ninnoli e lustrini da comandare per richiudere cicatrici e vuoti.

Una sorta di desiderio di rivalsa verso una vita troppo esile, che non si poteva permettere di portare sulle spalle carichi di oggetti, porta ora il collezionista a tendere la mano verso ogni regalo, ogni concessione, ogni valore smarrito.

Accumulare ed etichettare con il proprio nome. Trovare ad ogni cosa il suo posto nella propria dimora e lì lasciarlo, concedendogli un trono privato.
Conservare i propri possedimenti.
Così materiali.
Così deliziosamente tangibili.

E poi disporli in fila mentalmente.
Elencarli senza associarli alla mano che li ha donati, ora che ci si è avvezzi.

Schierarli fieri lungo la linea dell'orgoglio e, come fa il Dragone nel suo antro,
Amarli. [...]

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